Una piccola recensione ad un libro che ha toccato le corde della mia anima…

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“La mia Quintessenza”(Aletti Editore, 2019, 62 p.) è la raccolta poetica di esordio di Alina Monica Turlea.

La sua poesia affiora durante un viaggio che segna un percorso di crescita personale, culturale e professionale. I versi nascono spontaneamente, esponendo quasi insolentemente la sua anima al lettore, rivelando la solitudine emotiva palesata dall’esilio professionale, i pensieri agitati che senza dubbio dominano la sua vena poetica e “l’amore, il collante che tiene unite le anime”.

Alina Monica Turlea definisce la raccolta poetica la sua anima. Io la vedo anche come una sorta di riscatto; attraverso i suoi versi l’autrice passa dall’essere una donna rapita dalla sua stagione ad una donna che ritrova se stessa e decide di diventare protagonista della propria stagione.

La mia Quintessenza è per l’autrice l’aurora della rinascita, l’anticamera della rinnovazione, un nuovo inizio; i versi sono forse ancora un po’ naïf, ancora bisognosi di nutrimento, ma nonostante questo si avventurano e danno vita al pensiero dell’autrice in maniera molto espressiva e incisiva.

Le composizioni di Alina riflettono le emozioni di ognuna di noi. Con ogni poesia ci si addentra sempre più nei meandri dell’animo femminile, vetta di eros e sensualità, di amore e dedizione, di dubbi e turbamenti, ma anche di forza e spavalderia.

Personalmente, m’incanta l’idea di andare al di là delle parole, delle metafore, per cercare di trovare il senso nascosto, la quintessenza del pensiero poetico. Le parole sono sempre la veste dei sogni, dell’inespresso che giace nel profondo del nostro essere; mentre viene letto, il testo, si adatta al nostro vissuto, e noi viviamo e riviviamo le emozioni attraverso ciò che leggiamo. A livello interiore, ogni parola subisce una transumanza, una migrazione dall’anima dell’autore alla nostra anima.

Per questo, mentre leggevo le poesie di Alina, avevo la sensazione che il ritmo imposto dai suoi versi seguiva quello dell’opera Rapsodia Rumena scritta da George Enescu. Mentre la Rapsodia si apre con un bellissimo dialogo tra clarinetto, oboe e flauto il libro di Alina si apre con versi che ci avvicinano ai vortici del suo pensiero: “nuda sprofondo nei sensi” e “con il seno nudo cammino nel proprio sangue” mentre “con la punta di una stella, scrivo” e “provo a camminare sulle punte dei piedi”, dando ai versi, quasi lo stesso ritmo della Rapsodia, alternante, tra accelerante e ritardante, ritmi tipici della Transilvania.

Nell’opera di Enescu seguono meravigliosi cambi di ritmo tra viola e fagotto in un elegante crescendo, mentre la poesia di Alina racconta, attraverso la sinestesia, forma retorica preferita dall’autrice, l’indomabile musa che muove il suo universo:

“sussurro all’amore sorridendo, (…) e io volo”. / “guardo in silenzio un verso, / e lui emerge.”

Con l‘imposizione armoniosa degli archi nella Rapsodia, nei versi incontriamo il volo emozionale della poetessa in “un silenzio primordiale“, in “un silenzio plumbeo” in “silenzio senza confine”, in “un silenzio ancestrale”, in “un silenzio assordante”. Il “silenzio” sembra essere la condizione favorita dall’autrice, un tema caro alla sua anima visto che usa il termine ben sedici volte nei suoi versi, in qualche caso addirittura tre volte nella stessa poesia. In effetti, il termine “silenzio” viene usato per costruire molte delle sinestesie che incontriamo nella sua espressione letteraria. Dall’infuso di silenzio, metafora che rivela bisogno di solitudine, di intimità, di isolamento, al timore del silenzio senza confini dalla notte dove l’assenza di suoni riflette la necessità di confronto, di apertura, di contatto, un silenzio che con l’alba svanirà.

Nella Rapsodia Rumena, i violini seducono in un ritmo incalzante, mentre i versi di Alina in un très vif confessionale portano il lettore nella “frenesia dei pensieri”, “nell’energia calma”che conduce la poetessa nella “città dell’amore tra i fitti alberi parigini” e poi di ritorno nella città eterna, dove “impara l’arte dell’amore vero”. Ma è con la memoria del cuore che

“si apre il cielo nell’anima”.

È lì, sulle colline dell’infanzia, che la disperazione, l’incertezza e la sconfitta trovano sollievo. È lì che la nostalgia e la melanconia hanno la sorgente:

“Là, sulle colline della mia infanzia”

Inspiro profondamente (…) / e l’erba appena tagliata diventa “un bendaggio per le mie ferite.” /

La Rapsodia Rumena esplode in un finale di corni, trombe e violini, mentre la raccolta poetica di Alina svela in uno scatto di rabbia una delle sue paure più grandi:

“quando l’uomo avrà imparato / l’arte dell’amore vero, / sarà troppo tardi!”

Il dilemma emozionale dell’autrice è testimoniato anche dall’uso dei colori nei suoi versi. Un’alternanza di colori caldi e freddi. L’autrice usa il giallo, un colore caldo, che ricorda il Sole, simbolo del rinnovamento, del cambiamento per dar vita a espressioni come “il giallo delle lacrime, ”fiamma gialla”, ”raggio dorato”, “rose gialle”, “pagine gialle”.

Nello stesso tempo usa il freddo colore blu per definire “il blu del mare, del cielo”, “anima blu”, “ritmo blu”, “universo blu”, “piume blu”. Il blu è un colore trascendentale, spirituale, che rappresenta la costanza; è il colore del principio femminile, un colore che lega a significati forti come la tradizione, le radici, al senso di appartenenza. Il blu, per i Cinesi è il colore dell’immortalità, quindi, non a caso uno dei temi della sua poesia è l’eternità, il tempo simboleggiato dalla clessidra e dall’orologio:

“i secondi scendono nella clessidra, /  gli orologi diventano solitari.”

E ancora:

“i secondi scavano rigorosamente nel tempo, / senza un orologio.”

Nel verso “i miei occhi scoprono la sindone misteriosa delle nuvole” l’uso della parola “sindone” ci svela la sacralità del suo amore per la sua terra, mentre le “nuvole” rappresentano il viaggio che la sua anima fa per tornare sulle colline della sua infanzia, lentamente, silenziosamente, impercettibilmente, come le nuvole:

“il silenzio non diventerà mai sillaba.”

Come ho già osservato, lo stile poetico di Alina è caratterizzato dall’uso frequente della sinestesia “respira il tuo sguardo”,”papavero infocato”, “sole stanco”, “silenzio primordiale”, “il pensiero profuma”, “lacrime gialle”, “i secondi scavano”, o “gemiti della montagna”, “stelle profumate”, dall’uso dell’ossimoro “deliziosi inferni”,“energia calma”,”paradiso della sofferenza”,“abbracci lontani”,“silenzio assordante”, o dell’antonomasia “città dell’amore”.

I versi di Alina Monica sono frutto del brivido del momento, non della ricercatezza letteraria. Per niente artificioso, lo stile riflette l’emozione dell’istante, ineluttabile dimostrazione di giovinezza creativa e franchezza. Alina scrive perché l’anima deve esprimersi, “sfogarsi”, come afferma la stessa autrice:

“Sento in me la rivoluzione”, e ancora:

“Guardo la poesia che corre davanti a me, / sento il suo respiro, / con la sua musica rivesto la mia anima, / solo così io posso volare.”

Nata e cresciuta in Romania, la poetessa Alina Monica Turlea è figlia di due culture che si riflettono senza indugio nella sua identità poetica, nella sua creatività e nella sua forte identità personale.

La quintessenza della raccolta poetica di Alina Monica Turlea è nello stesso tempo l’essenza della sua vita, l’essenziale assoluto, l’amore. L’amore per la vita, l’amore per la conoscenza, l’amore per gli altri, l’amore per se stessa, in quanto

“l’amore – (è) l’unica via verso l’eternità”.

autore recensione Iuliana Olariu


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