IL CONFINO DEI CONFINI – LETTERA DAL PRESENTE

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Ma veramente credevamo di essere Davide e Perseo, lo yin e lo yang, la Storia senza Nemesi, l’Homo deus di cui parla lo storico Harari?

Forse lo saremo, forse creeremo davvero una comunità globale capace di salvaguardare la salute, la libertà e l’uguaglianza.

O forse la tecnologia, guadagnando ancora più potere sulle nostre vite, violerà le menti e le coscienze, e allora la nostra stessa essenza si trasferirà a lei e ai suoi programmi.

Intanto abbiamo perso un’altra battaglia, con morti di ogni età, classe e professione, le cui ceneri vengono sparse ogni giorno nei Paesi del mondo.

Sì, stavolta a vincere, a beffare la hybris umana, è stato un parassita che a momenti sfugge anche al microscopio, un’entità che non è neppure una cellula.

Ha sconfitto il Padrone del pianeta servendosi del suo sputo, delle particelle infinitesimali del suo respiro, arrivando a cavallo dell’elemento più antico, l’origine di ogni cosa, della nostra stessa vita: l’acqua.

Lui la conosce bene, molto meglio di noi, perché è nato con lei. Cosa credete che ci fosse prima dei rettili, dell’Homo habilis, dell’Homo erectus, dei Sapiens?

C’erano degli aminoacidi, quel brodo lì, e poi delle cellule, e poi i loro parassiti, i virus, i nostri amici-nemici, nati molto prima di noi, e loro sì immortali, loro sì invincibili.

Sapevamo queste cose, ed essendo enormemente più strutturati – ma non sempre più forti di questi nostri predecessori – ne abbiamo fatto degli alleati, e lottato contro quelli che rimanevano implacabili nemici.

Ma il punto è: abbiamo fatto il necessario per fronteggiare al meglio i loro ricorrenti assalti, o quelle che hanno tutta la parvenza di proteste contro l’insulso operato dei loro ospiti umani?

L’amara risposta è NO. Abbiamo combattuto bene, siamo stati degni del rango di Sapiens solo quando questi organismi ci minacciavano.

Li abbiamo isolati, eradicati, distrutti. Altrimenti, li abbiamo fatti accomodare e giocare ovunque loro piacesse.

Gli animali che abbiamo torturato, ammassato, scacciato dalle loro tane li hanno avvicinati a noi; abbiamo ricevuto chiari segnali di pericolo, ma non ce ne siamo occupati.

Perché ha ragione Nietzsche: l’uomo è l’animale non ancora stabilizzato. Quanti atti di sabotaggio abbiamo commesso nei confronti della natura e di noi stessi? Guerre mondiali, distruzione di interi ecosistemi e di migliaia di specie animali e vegetali.

La ricerca medica subordinata ad altre “voci di bilancio”, la salute pubblica accantonata a vantaggio di armamenti, cattedrali nel deserto, finanziamenti inutili o di favore, città del divertimento che hanno sanzionato il fallimento di Stati e Istituzioni che, parafrasando Oscar Wilde, “fanno beneficenza ai ricchi”.

Abbiamo fallito. Ha fallito la politica, che Platone considerava la “tecnica regia”, in quanto scienza di ciò che è meglio.

Hanno fallito le Potenze mondiali del pensiero unico. Ci spiano, ci influenzano, ci portano dove vogliono loro.

Ma il mercato globale in cui vige il loro concetto di felicità ha preso le sue sembianze più autentiche, e oggi, connessi col mondo intero, ci ritroviamo più soli che mai.

Ma la sconfitta è di tutti noi. Abbiamo abboccato all’amo, e neppure nei giorni della mortificazione della carne siamo capaci di resuscitare lo spirito.

Sì, è fiorita la lirica dei mille poeti del coronavirus, la bella solidarietà di tanti volontari, e la metafisica, sofferta e un po’ scontata, dei malati.

Per il resto, ci siamo aggirati intorno ai libri, alla riflessione, al mistero, per poi svignarcela con un filo di vergogna.

La sofferenza ci ha aperto gli occhi su realtà sconosciute; li chiuderemo presto, è già successo altre volte.

Un pugno di uomini ha salvato la faccia dell’Umanità; sappiamo chi sono. Indossano il camice, la divisa, una tuta, e hanno sul viso una maschera: non è un segno, forse?

Chi altri dovevamo liquidare? Dio, naturalmente: è ingombrante, ossessivo, ci chiede troppo.

Il tempo del coronavirus ha celebrato il lutto della religione e il trionfo definitivo della tecnica.

Siamo tornati a prima della religione, ai sentimenti di quando non entravamo ancora nella storia.

Siamo tornati alla preoccupazione – fattasi quasi isterica – per il destino della nostra tribù, e, all’opposto, al sospetto, alla diffidenza per la tribù vicina.

Come vedete l’uomo della porta accanto che esce e si mischia con gli altri al supermercato? Che cosa provate quando sentite avvicinarsi la sirena di un’ambulanza?

Sarà per il confinante? Mi infetterà? Ma mi doveva capitare proprio uno che non sa stare in casa neppure quando si rischia di morire?

La globalizzazione, il mondo aperto a tutti, senza più confini…; ma in poche settimane i confini si sono ristretti, blindati, armati.

Prima gli Stati, poi le Regioni, poi i Comuni, poi i quartieri, i condomini, le singole case, poi noi stessi: atomi, monadi connesse e depresse, imbruttite, private di beni che si chiamano corpo, sguardo vivo, abbraccio, profumo di pelle, carezza di capelli, gioia dei sensi.

Lontani da piazze, parchi, chiese, scuole, teatri, cinema; lontani, soprattutto, dalle creature che più amiamo.

Le incertezze e le paure ci avvicinano ai nostri cari più di ogni altro evento; e adesso che vorremmo stare con loro non possiamo.

Il virus sarà domato. Ma Eschilo, nel Prometeo incatenato, ci ha avvertito: la tecnica, pur potentissima, “è di gran lunga più debole della necessità”.

Potrebbe arrivare presto un suo parente ancora più infido, ancor più letale, trovando un mondo fiaccato e deluso, un popolo privo di anticorpi, uno Stato sociale smantellato.

E allora sì che avranno vinto le élite che ci governano, i nuovi Dei del creato, invisibili come il loro alleato virus.

E i confini, invisibili anch’essi, saranno però molto chiari: da una parte la casta biologica che potrà comprare salute, pezzi del corpo di ricambio, immunità contro molte malattie, e dall’altra gli eterni diseredati della terra.

Fantascienza? Visione catastrofica, irrealistica, assurda? No, è una delle ipotesi sul nostro futuro, e se non stiamo attenti è ciò che potrebbe accadere.

Perché viviamo nell’Antropocene, e siamo corresponsabili di ciò che stiamo vivendo: siamo in guerra, si muore, ma c’è pace ovunque; c’è un’umanità, mai così numerosa, che abita il deserto; le nostre case sono diventate stanze di ospedale per persone sane.

Allucinante, vero? Sì. Ma la vita che abbiamo sempre condotto, il fatto che tuttora, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale e degli algoritmi che risolvono ogni problema, alcune persone possano avere tutto ciò che desiderano e altre morire di fame, è meno allucinante?


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